Basta la salute

Il caso Caffaro

01

Giugno
Produzioni TL
Teatro di prosa
13 agosto 2001, scoppia sulle pagine di Repubblica il caso Caffaro. Nella zona sud di Brescia, la città è cresciuta insieme e attorno alla Caffaro, che ha prodotto per 50 anni Pcb. Oggi il policlorobifenile non si può più produrre nel mondo intero, perché è considerato fortemente cancerogeno. Anche se è apparentemente innocuo, è una molecola simile alla diossina e come quel veleno non si degrada, rimane a lungo nel terreno. Tutti i quartieri intorno alla fabbrica sono inquinati. Per 50 anni la Caffaro ha disperso ogni giorno 10 kg di Pcb. In tutto  150 tonnellate. Quando la sua tossicità per l’uomo si calcola in ordine di nanogrammi. Dal 2002 tutti a Brescia e a Roma lo sanno: ma la bonifica non è mai cominciata e si è lasciato che 25.000 persone continuassero a vivere nel veleno. È proibito camminare  sull’erba, nessun suolo verde, non asfaltato o cementificato,  può entrare in contatto con l’uomo. La storia che vi raccontiamo non riguarda solo Brescia, perché  l’Italia è piena di siti inquinati, contaminati e non bonificati, non lontani dall’abitato, ma vicino alle case, alla gente, alle scuole. Sono 100 mila gli ettari inquinati da Nord a Sud, tutti in attesa di bonifica. Solo in tre siti di interesse nazionale è stato approvato il 100% dei progetti di bonifica previsti. Da Taranto a Mantova, da Gela a Marghera, da Manfredonia a  Casale Monferrato: un business da 30 miliardi di euro tra  ritardi, inchieste giudiziarie e commissariamenti, frutto della  superficialità, della corruzione, dell’indifferenza per le vite  degli altri e per la nostra terra. “Basta la salute” ripercorre con rigore storico e scientifico la  storia del Pcb a Brescia dal 1976 a oggi, ricostruisce nel dettaglio il succedersi di sopraffazioni, omertà e aspetti  grotteschi del caso Caffaro, il caso di una città che può con diritto primeggiare in Italia per il suo triste stato ambientale. “Vedete, come faccio, come faccio a farla diventare una tragedia questa storia? Ogni volta che sembra che la situazione degeneri, una trovata geniale, da commediuccia all’italiana, la fa diventare opera buffa, barzelletta. E noi siamo qui che ridiamo …”. Lo facciamo perché è un’urgenza parlarne: siamo costretti, accerchiati, messi alle corde. Lo facciamo per chiedere che la salute dei cittadini diventi la priorità assoluta, anche se a Brescia questa necessità sembra quasi un tabù, forse perché la situazione è troppo grave. La gente preferisce girarsi dall’altra parte, fare finta di niente, piuttosto che aprire gli occhi su quello che sta succedendo sulla nostra pelle. Lo facciamo attraverso un’ironia leggera e spiazzante, capace di coniugare poesia e tragedia. Lo facciamo perché bisogna sapere, per resistere meglio alla prepotenza e alla menzogna di chi dovrebbe tutelarci. .

Le parole dell'autore

Lo spettacolo si pone come voce in un coro di voci.Voce senza compromessi nel rovinoso paesaggio dell’inquinamento. Non dovrebbe mancare la comicità tipica di chi, giocando a fare lo struzzo, si ritrovò senza sabbia dove nascondersi.
 

Attraverso un'ironia leggera e spiazzante, lo spettacolo è capace di coniugare poesia e tragedia, facendo passare informazioni validate e scientifiche.

F.Ub. / Il Giorno

Un allestimento che si propone di denunciare un delitto di disastro ambientale. Lo spettacolo, nel segno di quel teatro-documento a vocazione civile, assembla testimonianze, materiali e numeri agghiaccianti raccolti con rigore scientifico.

Nino Dolfo / Corriere della Sera

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